Proprio perché provengo da un gruppo diverso dal gruppo maggioritario – la comunità rumena in Italia, pur essendo la più numerosa, è comunque una minorità – guardo con occhi diversi un valore fondamentale nelle relazioni interpersonali: il rispetto. Anche se non sempre in maniera del tutto consapevole, ho spesso applicato e gestito quel tipo di intelligenza di cui parla Howard Gardner nel suo libro Cinque chiavi del futuro: l’intelligenza rispettosa.

 

Noi, esseri umani, abbiamo una radicata tendenza a costituirci in gruppi e per farne parte è necessario poter dimostrare di appartenervi. Un momento decisivo nel mio rapporto con la cultura di accoglienza – la cultura italiana – è stata la scelta di seguire un percorso di studi di alta formazione. In questo modo, impegnativo e divertente allo stesso tempo, volevo dimostrare e dimostrarmi di poter far parte a pieno titolo del nuovo gruppo. Volevo diventare anche io italiano. Volevo riavere indietro le parole. Volevo riaverle in una nuova lingua. Il mio era un ardente desiderio di integrazione, totale ed incondizionato.

 

Per poter comprendere al meglio la nuova cultura di accoglienza dovevo passare da uno dei suoi più importanti luoghi di educazione: l’università. Durante il mio percorso universitario, così come prima e dopo, mi sono quasi totalmente immerso nella cultura e nella civiltà italica: studiavo la lingua da autodidatta leggendo in italiano, guardando film e TV e ascoltando la radio in italiano. All’epoca l’Internet era meno diffuso e quando volevo accedervi, mi recavo in quello che mi sembrava uno spazio futuristico: l’aula Internet della Facoltà di Lettere.

 

Ancora: approfittavo di qualsiasi occasione per parlare nella mia nuova lingua, chiedevo di essere corretto quando usavo un termine in modo errato, frequentavo quasi esclusivamente persone che parlavano italiano. Anche con alcuni dei miei connazionali incontrati nelle aule universitarie preferivo parlare in italiano, per continuare a fluidificare pensiero ed eloquio nella nuova lingua.

 

Poi, all’improvviso, agli inizi del secondo anno di università, è successa una cosa improvvisa e inaspettata: ho cominciato a pensare direttamente nella nuova lingua. Prima ascoltavo in italiano, traducevo mentalmente in rumeno per comprendere il messaggio, poi pensavo in rumeno, traducevo e rispondevo in italiano. Adesso era diverso: tutto a un tratto il mio cervello smise di tradurre i messaggi che mi arrivavano. Costruivo pensieri direttamente nella lingua della nuova cultura di accoglienza. Fu una grande conquista, una trasformazione quasi fisica. Come se tutt’a un tratto avessi cambiato un abito due numeri più grande con uno su misura. Questa sicurezza linguistica è andata a mano a mano a crescere fino a sommergere quasi del tutto la mia madrelingua.

 

Tutto andò bene fino al momento – temporalmente collocabile attorno ai 5.000 giorni vissuti nel Bel Paese, 15 anni, per l’appunto – in cui ho realizzato di essere arrivato dritto a un punto oltre il quale ogni tentativo di integrazione o (re)integrazione risultava infelice ed inefficace.  Un punto che io chiamo border line culturale: un punto di non ritorno, un punto di fusione quasi completa tra le due culture, di origine – la cultura rumena – e di accoglienza – la cultura italiana. Questa fusione diventa nuovo atteggiamento, nuovo modo di parlare, sentire, vivere e interpretare il Mondo, nuovo modo di definire i rapporti sociali e culturali. Una nuova chiave di lettura del mondo circostante che a poco a poco ha sostituito gli “occhiali” della cultura originaria.

 

Il border line culturale è anche punto di osservazione privilegiato nel percepire, analizzare e restituire al Mondo la fusione delle due (o più) culture impregnate nel proprio Essere. Un punto di non ritorno in cui pensiero, parole e azioni rimangono, per così dire, con il piede in due scarpe. Sei e ti senti a tutti gli effetti su una frontiera, consapevole della ricchezza linguistica, culturale e comportamentale che custodisci. E consapevole che nulla più ti possa portare al di qua o al di là della sottile linea di frontiera che separa le due culture. Quell’invisibile linea di frontiera che ho chiamato border line culturale.

 

Ho voluto raccontarti questa mia intensa avventura di vita e trasformazione culturale per illustrarti che tra tanti valori personali rivisti, rimescolati e necessariamente reinterpretati, anche il valore morale chiamato rispetto ha subito notevoli mutamenti e adattamenti nell’incontro con la nuova cultura di accoglienza. Una cultura per molti versi opposta alla mia originaria. Pensa, ad esempio, ai due sistemi socioeconomici che hanno caratterizzato l’Europa pre ’89 dello scorso secolo: l’Oriente europeo di cui Romania ne è parte e l’Occidente a cui appartiene Italia si sono contrapposti per quasi 50 anni, con conseguenze indelebili sulle più profonde strutture delle due società.

 

Nel villaggio globale chiamato Mondo, oggigiorno ancora di più rispetto all’epoca del mio arrivo in Italia – era il 2001, l’inizio del terzo millennio – dobbiamo saper accettare di poter incontrare diversità umane di ogni dove. È un’accettazione, un’accoglienza che si impara, si educa e si coltiva. Io stesso ho dovuto imparare ad accogliere. E a mettere le altre persone in condizione di accogliermi. Ho dovuto imparare ad apprezzare con le giuste misure del posto, i nuovi territori spaziali e simbolici che percorrevo. A convivere con ciò e coloro che appartengono alla cultura italiana che mi accolse – non sempre a braccia aperte, ma questa è un’altra storia – quell’inizio di autunno del 2001, l’inizio, di fatto, di una nuova stagione della mia esistenza.

 

Ecco, allora, che un valore di notevole spessore morale come il rispetto diventa un importante catalizzatore relazionale nei rapporti tra diversità umane di ogni dove. Per mostrare rispetto e farmi rispettare nella cultura in cui ho scelto di rieducarmi alla crescita, ho dovuto apprendere nuove usanze gestuali, comportamentali (in Italia si bacia di più, si gesticola di più, in Romania si stringe la mano di più e si gesticola meno), e convenzionali (lo spritz è una cosa in Romania, un’altra in Italia; il primo, a tavola, è pasta in Italia, minestra in Romania; la grappa è prima del pasto in Romania, dopo, in Italia; in chiesa si sta in piedi in Romania, seduti, in Italia).

 

Il punto è questo: l’esperienza di immigrazione modifica fortemente il rapporto che si ha con sé stesso e con il Mondo. Implicitamente, anche con il rispetto: uno dei valori profondamente cristallizzati nel tessuto sociale di una comunità.

 

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Leggi anche:

Sull’immigrazione e intelligenza rispettosa (I)

Sull’immigrazione e intelligenza rispettosa (III)

 

*Questo articolo è apparso per la prima volta il 5/12/2016. L’ho aggiornato a febbraio 2020 pochi mesi dopo la… maggiore età (a settembre 2019 ho compiuto 18 anni da quando sono arrivato in Italia).