L’unica via che conduce al progresso è l’educazione.

Howard Gardner

Sono poco più di quindici anni* che ho scelto di vivere in Italia. Provengo dall’Est. Come molti altri della mia generazione, vengo da una Paese bello ed amato. L’unica oasi di latinità, alla frontiera dell’Europa: Romania. Terra di Dracula. Dacia Felix.

 

All’epoca, ho scelto di dare una svolta alla mia vita in un periodo in cui normalmente un giovane finisce l’università, specialistica inclusa, e matura i primi anni di esperienza lavorativa. Io, invece, a quell’età ho dovuto rieducarmi alla crescita. Il mio arrivo in Italia è stato come un terremoto di altissima intensità: le strutture del mio Essere sono crollate e al loro posto ho iniziato a ricostruire: nuova lingua e nuova cultura, nuovo pensiero e nuovo comportamento. Una nuova educazione della mia educazione.

 

Sì, è stato ciò che diffusamente si chiama un ripartire da zero, profondo, doloroso, faticoso. Umano, per prima, ma anche sociale, professionale e relazionale. Ho dovuto imparare a pensare, parlare e agire in una nuova lingua (oggi, a quasi 20 anni dall’arrivo nel Bel Paese mi dicono di avere un accento indefinito che non mi colloca né in terra italica, né, più, nel mio paese di origine). Ho arricchito e rimodellato la mia educazione aggiungendo al percorso scolastico rumeno, un’indimenticabile esperienza di studio in una delle migliori università italiane. Ho rinunciato a certe abitudini culturali, sociali, lavorative e culinarie, introducendone di nuove.

 

Sono partito con l’idea di tornare dopo un certo numero di anni, cinque per esattezza, un’idea che a quei tempi era abbastanza diffusa tra i giovani che lasciavano il Paese in cerca di esperienze lavorative che migliorassero un tenore di vita tra i più bassi dell’Europa di inizio terzo millennio. Un’ idea, del resto, trasformata in realtà da alcuni dei miei amici.

 

Io, invece, ho percorso altre vie, viuzze e vialoni dell’immigrazione fatti di sfide, fatiche, cambiamenti, crescita ed integrazione. Fino a raggiungere una quasi totale fusione culturale. Sono ancora qui, lontano dagli abituali punti di riferimento di una famiglia – i parenti – con doppia cittadinanza, multilingue (parlo correntemente l’inglese e il francese, oltre all’italiano e alla mia lingua di nascita, il rumeno) e multiculturale proprio come i miei due splendidi juniors, Chiara e Marco.

 

Oggi sono genitore single, per scelta. Dopo nove anni di matrimonio altalenante ho deciso di porre fine alla sensazione di sfinimento che mi assediava: mi sentivo svuotato di energie, di entusiasmo, di idee. Era come se stessi vivendo un’ininterrotta emorragia di energie vitali. Dopo alcuni tentativi di salvare l’insalvabile, ho deciso che l’unico modo per riacquistare pace e serenità, entusiasmo ed energie fosse la separazione. Mi sono quindi trasferito in una nuova casa quando Chiara aveva poco più di otto anni e Marco, il piccolo, poco più di tre mesi.

 

Anche se abbiamo tenuto lontani i figli dalle nostre incomprensioni quotidiane, correvamo il rischio di danneggiare irreparabilmente non solo le nostre anime, ma anche, più drammaticamente, le loro spensierate infanzie. Io mi sentivo inceppato, con il serbatoio vuoto, in continua manutenzione straordinaria. Non andava bene. E non poteva continuare così. La contrapposizione dei nostri mondi e dei nostri ego non doveva intaccare l’infanzia dei nostri figli. Ne bastava una, di infanzia sofferta, tormentata, infelice: la mia.

 

Ai miei figli dovevo, volevo e potevo fare spazio ad altro: a luce, speranza ed ottimismo. A coccole, affetto e amore. A serenità, entusiasmo e vitalità. Così volevo che fosse segnata la loro infanzia. Non da giornate tormentate, tempeste emotive, freddezza relazionale, chiusura affettiva e comunicazione a gocciole. Non c’era più nulla a cui aggrapparsi: né bei ricordi insieme, né affetto o progetti condivisi. Solo una grigia quotidianità che andava avanti per inerzia.

 

Dovevamo mostrarci ragionevoli e responsabili e per questo avevamo bisogno di ritrovarci. Insieme non ci stavamo riuscendo, malgrado i nostri sforzi. Vedevo il mio secondo matrimonio andare in frantumi, nonostante i tanti sforzi di rimettere questo grande progetto di vita nella giusta luce, sui giusti binari. Ero amareggiato, arrabbiato, tormentato.

 

Era arrivato il momento di rassegnarmi. Di fare i conti con la realtà. Di affrontare le mie paure, l’imbarazzo, l’imprevisto e il dolore che sarebbero seguiti alla mia decisione. Un unico pensiero riusciva a darmi forza: i miei juniors potevano e meritavano di avere due genitori sereni e amorevoli. Anche se questo significasse vivere in due case diverse.

 

Ebbene, ci stiamo riuscendo. Non è stato facile mettere da parte rancori, paure e tutto il malessere accumulato negli anni di un matrimonio che ci aveva logorato. In effetti, per certi versi stiamo ancora smaltendo i tormenti delle nostre anime, tuttavia abbiamo enormemente riguadagnato la nostra tranquillità. La nostra serenità emotiva. Siamo diventati amici. Ogni tanto spunta qualche scheggia del passato che rischia di graffiarci. Ci impegniamo a limarla per evitare di cadere in controproducenti battibecchi. A due anni dalla nostra separazione possiamo tranquillamente dirci di avercela fatta. A ritrovare noi stessi. A diventare ciò che possiamo e meritiamo di esserci: due adulti sereni, due genitori amorevoli.

 

Certo, le nostre giornate sono più incasinate di prima, corrono spesso a grande velocità ed io riesco a malapena a starci dietro. Tuttavia, abbiamo instaurato un ottimo equilibrio nella gestione condivisa dei nostri splendidi juniors. Siamo, oggi, amici affidabili l’uno per l’altra. Ci aiutiamo reciprocamente. Ci consultiamo serenamente sulle decisioni che riguardano i nostri figli. Ci veniamo incontro quando necessario.

 

Le vite di entrambi si sono lentamente schiuse dopo la nostra separazione. Coltiviamo un rapporto di stima e fiducia reciproca, dandoci spesso una mano anche per faccende personali, che non riguardano strettamente la gestione condivisa dei nostri juniors (tenuto conto che nella nostra città non vivono altri parenti né miei, né suoi; i più vicini sono … lontani più di 1500 km).

 

Riteniamo di aver percorso un sentiero tortuoso e fatto di tante salite. È stato, sì, molto difficile, e le “battaglie” che abbiamo affrontato sono state soprattutto con noi stessi: con i nostri condizionamenti culturali, con la nostra zona di comfort, con i nostri pregiudizi e le nostre credenze. E soprattutto con le nostre paure.

 

Poteva andare diversamente?  Forse sì, forse no. Io non lo so. C’è stato un preciso momento in cui ci siamo promessi di impegnarci a riconquistarci. In parte, ci siamo riusciti, ma per poco tempo. Troppo poco. Poi abbiamo perso la cadenza, abbiamo smarrito il ritmo. Andavamo a velocità diverse. E in diverse direzioni. I nostri non erano più tempi, ma contrattempi.

 

Non siamo più riusciti a sintonizzarci. Ma ci abbiamo provato. Non siamo riusciti a salvare il nostro matrimonio. Ma siamo riusciti a ritrovare noi stessi. Siamo diventati genitori separati. E ridiventati adulti rasserenati.

 

I nostri figli hanno compreso la situazione e vivono la loro infanzia serenamente sotto il cielo dell’amore genitoriale. Sanno che mamma e papà ci sono. Ci sono al loro fianco per sostenerli, se ne hanno bisogno. Ci sono dietro di loro pe stimolarli e spronarli, quando ingenuamente pensano di non farcela o di non riuscirci. Ci sono davanti a loro per guidarli e ispirarli. Sanno che mamma e papà ci sono. Sempre. Anche se hanno deciso di vivere in case diverse.

 

Ora sono il papà che volevo essere: amorevole e … abbastanza buono. Sento profonda ammarezza nella mia anima per non essere riuscito a salvare dal naufragio il mio secondo matrimonio. Il primo è stato in età troppo giovane – avevo poco più di 18 anni quando follemente innamorato, mi sposai per la prima volta nella Romania appena uscita dal buio comunista. Il secondo, lontano dal mio Paese di nascita, in età troppo poco matura, con un amore troppo poco maturo.

 

Quando ho assunto IL nuovo RUOLO di allenatore discorsivo non volevo e non credevo che le cose potessero andare in questa direzione. Accade, però, che la vita stessa sembra a volte andare per vie, viuzze e vialoni imprevisti. Ponendoci di fronte a sfide ed esperienze che neanche immaginavamo un attimo prima. Uscirne degni e rimboccarsi le maniche non è facile.

 

Non è neanche semplice, d’accordo, ma le scelte che abbiamo di fronte agli inevitabili tsunami delle nostre esistenze sono due: o ci rimbocchiamo le maniche e iniziamo a riposizionarci di fronte a noi stessi e al Mondo, partendo da ciò che più ci caratterizza in quanto esseri umani: le parole. Oppure: ci rimbocchiamo le maniche e iniziamo a riposizionarci di fronte a noi stessi e al Mondo partendo da ciò che più ci caratterizza in quanto esseri umani, le parole. Repetitia juvant!

 

In questo modo ne usciamo più forti. Più resilienti. Con maggiore esperienza di vita e maggiore conoscenza di noi stessi. A prescindere dai ruoli che siamo tenuti ad assumere.

 

Il nuovo ruolo di allenatore discorsivo e la consapevolezza della fondamentale importanza degli allenamenti discorsivi hanno segnato la mia vita personale e professionale negli ultimi dieci anni. Sono andato a rivedere e rimodellare quelle strutture del mio Essere profondamente mutate dall’arrivo in Italia, all’epoca, per me, una nuova realtà sociale, culturale, linguistica ed economica.

 

Quando guardo indietro al percorso compiuto, alle vie, le viuzze e i vialoni che ho imboccato a volte con più successo, altre volte con più fatica, mi accorgo di quanti cambiamenti io sia stato artefice e protagonista. Cambiamenti che non avrei affrontato senza l’intensa esperienza dell’immigrazione, prima, del matrimonio e della genitorialità, dopo. Senza l’incrollabile speranza in un futuro migliore. Senza l’ardente desiderio di crescere. Senza la forte motivazione di migliorare.

 

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*Questo articolo è apparso per la prima volta il 5/12/2016. L’ho aggiornato a febbraio 2020 pochi mesi dopo la… maggiore età (a settembre 2019 ho compiuto 18 anni da quando sono arrivato in Italia).