Cuvântul e un mijloc imperfect de comunicare.

Camil Petrescu

In questo periodo mi trovo in Romania, nella parte est del Paese. Più precisamente a Bacău, la mia città natale, che ho lasciato definitivamente 15 anni fa quando mi sono trasferito in Italia. È una città medio grande di un Paese bellissimo e democraticamente giovanissimo. Nato con la monarchia, cresciuto in comunismo, ora cerca di maturare in democrazia. Lo fa timidamente, con ancora addosso i segni di un cupo passato: sociale, culturale e comunicativo.

 

Mi occupo di comunicazione da prima della mia partenza definitiva dalla Romania, quindi non potevo non osservare quanto, sul piano comunicativo, la società rumena debba ancora crescere. Una crescita che richiede il contributo e la responsabilità di ciascuno per poter avvicinare la società rumena a quelle europee, più mature. Si guarda all’ovest, per questo motivo, così come all’ovest si guarda più all’ovest ancora, o su, al Nord, verso quei paesi che continuano a fare da apripista in campo sociale, culturale e comunicativo (i Paesi scandinavi, in particolare).

 

Una crescita, dicevo, che richiede la responsabilità di ciascuno. Una crescita che non è più solo l’appannaggio dello Stato, quel grande fratello che fino a qualche decennio fa pensava a tutto: a dare e, più delle volte, a togliere. Una crescita lenta, faticosa, necessaria. Estremamente necessaria.

 

Da un punto di vista comunicativo, tre sono i peccati che, a mio parere, danno filo da torcere alla società rumena:

  • Troppa impazienza
  • Troppa aggressività
  • Esagerato fatalismo

Romania, è proprio il caso di dirlo, è un Paese che corre. Fermarsi può provocare qualche imbarazzo e a volte più di uno. Romania corre quando stai per attraversare la strada, quando sei in fila al supermercato, quando visiti un parente all’ospedale, quando vai a pagare le bollette. Romania corre un po’ meno quando vai in banca, in certi ristoranti e in qualche negozio, luoghi dall’atmosfera decisamente più vicina all’Occidente.

 

Ho assistito con stupore e imbarazzo a scene che voi … non potete neanche immaginare. Una volta sono andato a trovare mia nonna all’ospedale pubblico della città. A un certo punto, entrò il responsabile del reparto, un tizio non più giovane, baffi grigi e capelli bianchi. Incurante degli altri visitatori, annunciò con voce autoritaria: “Fuori che è arrivato il dottore!” Guardai l’orologio e poi lui. Ero perfettamente in orario di visita, come indicato dalla tabella ospedaliera. Incontrò il mio sguardo a forma di punto interrogativo e mi chiese se avessi un problema. Io, no, ma lui, decisamente, sì: uno di memoria. “Ah, ma lui è un dottore!”, mi fu detto in seguito, lasciando intendere che di fronte a un’autorità medica anche se impaziente e di dubbia educazione c’è solo una cosa da fare: abbassare lo sguardo e alzare i tacchi. Pensai: è un dirigente medico, a maggior regione dovrebbe essere un esempio. Di pazienza. Ma non in un Paese che corre.

 

Romania non vede l’ora di maturare. È impaziente e corre. Corre veloce e dimentica di essere: più comprensiva, più rispettosa, più tollerante. E più paziente.

 

Romania, è proprio il caso di dirlo, è un Paese inca*%*to. C’è un’aggressività diffusa persino nelle più banali situazioni quotidiane. Quando prendi il taxi, il conducente impaziente di portarti alla destinazione si dimentica di accendere il tassametro. Quando prendi fiato su una panchina in pieno centro, al bar vicino si scatena una rissa. Quando fai la spesa al supermercato, c’è uno, alle casse, scontento e impaziente, a sbraitare: “Aprite, signori, un altro c*%*o di cassa!” Non ha tutti i torti, ma c’è modo e modo per richiederlo. Al punto di frontiera, c’è alto rischio che una voce insolente scavalchi la fila per fermarsi sulla signora che allo sportello chiede un’informazione: E dai signora, c’è gente che aspetta!” A mezza notte, davanti al palazzo vicino un tizio scende dalla macchina e inizia a ballare su musica di dubbio gusto e a tutto volume. Per non parlare dei notiziari TV: a sentirli ti viene da chiedere se c’è una qualche differenza tra il Far West americano di una volta e il vicino East europeo attuale.

 

Gesti di ordinaria quotidianità in cui si riflette un Paese fortemente competitivo, per usare un eufemismo. Sul piano interpersonale, le relazioni sono fonte e luogo per dar sfogo alla “competitività” comunicativa: la gara di chi ce l’ha più alta, la voce.

 

Romania, è proprio il caso di dirlo, è un Paese che ha subito e ne subisce ancora l’oscuro fascino del fatalismo. Lo puoi vedere o sentire: in aeroporto, in aereo, nelle conversazioni con i parenti, con gli amici, con i vicini di pianerottolo. Puoi sentirlo al negozio sotto casa, al centro commerciale, in chiesa, al parco e al cinema. Tutto o quasi è la volontà di un’onnipresenza divina che impregna in profondità la società rumena. Il Dio rumeno fa e disfa a suo piacimento senza che nessuno osi cantargliene quattro: “Così ha voluto Dio”, “Dio ha fatto…”, “Dio ha pensato…”, “Dio ha detto… ”. Ma ‘sto Dio a farsi gli affari suoi, no, eh?

 

Caro mio bel Paese, lasciatelo dire: la seducente Signora della Parola, la cara vecchia retorica potrebbe darti una mano: per rallentare un pelino, discutere con più calma e dare più valore alla propria persona.

 

Cicerone disse: “Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.” A distanza di un paio di millenni, il francese Reboul che di retorica sapeva un sacco, gli fece ecco: “Non si da cultura senza una formazione retorica e imparare l’arte del «dire» significa già imparare a «essere»”.

 

Sette buone abitudini da coltivare per comunicare meglio ed essere più efficaci

Non voglio essere io a dare lezioni a chicchessia. Tuttavia, questo viaggio in terra nativa mi ha dato l’opportunità di riflettere su alcuni aspetti della società rumena attuale. Così ho pensato di mettere insieme sette buone abitudini che io stesso coltivo e che potrebbero stimolare anche voi a comunicare meglio ed essere più efficaci. Sette suggerimenti che partendo da I Magnifici TRE Ethos, Pathos e Logos potrebbero scuotere il mio Paese di nascita, retoricamente parlando.

Eccole, le buone sette abitudini, raggruppate sotto il nome del mio Paese, Romania:

 

Ridi.

Di più. O perlomeno sorridi, caro mio connazionale, wherever you are. Il sorriso, si dice, costa meno della corrente elettrica, ma dà più luce. Il suo fratello maggiore, il riso, ha effetti salutari scientificamente verificati. Se ne occupa la gelotologia e tra le sue qualità curanti te ne nomino tre: regola l’umore, previene la comparsa di rughe, aumenta la resistenza allo stress. Il sorriso è luminoso e il riso contagioso. Aprono cuori, fidelizzano clienti e illuminano le giornate. Tue e di chi ti sta attorno.

 

Osserva.

Hai la Rete tra le più veloci d’Europa. L’Internet è una sconfinata fonte di sapere. Osserva quello che fanno gli altri e farne tesoro. Sarai un buon esempio, forse un po’ strano, ma in fondo chi se ne frega? Ecco un paio di esempi che vengono dal web: come parlare meglio e perché insegnare ai bambini a discutere. Meglio di tutti i telegiornali che le TV rumene (e non solo) trasmettono.

 

Mostra buon senso.

Trovi gratificante sbraitare a una mamma mentre chiede un’info al poliziotto che le controllo il passaporto al punto di frontiera? Su, andiamo, puoi fare di più! Gli altri non ce l’hanno con te, non sono lì per farti qualche dispetto, né per farti perdere treno, pullman o la calma. Se gli altri non lo fanno, mostralo tu, il buon senso. Aggiungi comprensione e rispetto. Sono virtù dei forti, non credi?

 

Ascolta.

Le tue emozioni. E quelle degli altri. C’è un libro, anzi un librone dal titolo Intelligenza emotiva. Viene dall’ovest, da molto a ovest e parla di “alfabetizzazione emozionale”. Dati alla mano, scientificamente raccolti, l’autore dice chiaro tondo: “se presteremo attenzione in modo più sistematico all’intelligenza emotiva potremo sperare in un futuro più sereno.” So che il libro è stato tradotto anche in rumeno.

 

Negozia.

Ti hanno detto che per farti strada bisogna saper negoziare. Hai una lingua meravigliosa – il rumeno – usala per ordinare belle idee sui “banchi” dell’argomentazione. Hai qualcosa da dire, dillo! E argomentalo. Valorizza la creativa linguistica. Spegni la TV e lasciati sedurre dalla bellezza delle parole!

 

Impara.

Esplora. Mettiti in gioco. Sii curioso. Parla con le persone anziché scrivere messaggi. Guarda il tramonto, meglio che fotografarlo. Guarda lo specchio, non lo schermo. Impara per rendere il mondo un posto migliore. Impara per stare ai tempi con i tuoi figli. Leggi, Ama, Parla. E impara. Non lasciare che il tuo cervello si perda nelle infinte vie di un labirinto di pixel.

 

Ama.

Le parole. La poesia. I libri. Il cinema. La retorica. Il cambiamento. Te stesso. Amati per quello che sei, per quello che hai fatto, ma soprattutto per quello che devi ancora fare. “Cambiare è piacevole perché è conforme alla natura” disse Aristotele. Cambia guardando in alto e “rubando” dai più grandi.

 

Le sette buon abitudini hanno, dunque, a che vedere con I Magnifici TRE megastrumenti retorici: ridere e mostrare buon senso sono riconducibili all’Ethos, il cui core business è la credibilità, ascoltare e amare parlano la lingua di Pathos, il CEO delle emozioni, mentre osservare, negoziare e imparare sono al servizio di Logos, l’Ammiraglio del discorso.

 

Questa è la mia R O M A N I A retorica e mi auguro che possa essere anche la tua. A prescindere dalla nazionalità.

 

PS: La traduzione della citazione è: “La parola è un mezzo imperfetto di comunicazione.”

 

Nella foto: tramonto nella campagna rumena, dall’archivio personale.