Come la stragrande maggioranza di voi, credo, sono uscito pochissimo nell’ultimo mese. Per lo più alle Poste, per inviare qualche libro (‘sto virus ha inaspettatamente incrementato il numero di ordini e forse di lettori, il che rappresenta un bagliore di luce in questo buio quotidiano), al supermercato per rifornirmi di viveri e per recuperare i miei due juniors per trascorrere due settimane con me.

 

Il lockdown, il neologismo che gira su tutte le bocche, pesa. Socialmente. Economicamente. Politicamente. Le conseguenze della nostrana serrata – la traduzione del neologismo che nessuno avrebbe voluto sentire – sono, oggi, difficili da prevedere. Il malcontento dilaga, l’ansia della prolungata clausura aumenta, la socialità negata rattrista.

 

Al di fuori del web, la vita segue la sua apparente normalità: la primavera rivendica i suoi pieni diritti, l’ora è cambiata, com’è consueto, l’ultima domenica del mese. Qualcuno dice che potrebbe essere l’ultima volta, staremo a vedere. La natura è splendidamente sbocciata, per quel che posso vedere, dal balcone, dentro e fuori dai parchi.

 

Insomma, è maledettamente primavera, al meno da calendario. Notizie che girano dentro e fuori web, invece, parlano di inverno. Inverno umano: un concentrato di dolore, di rabbia, di frustrazione e di disperazione.

 

L’anormalità è diventata la norma

La nostra vita è stravolta e l’anormalità è diventata la norma. Ognuno per sé e tutti insieme stiamo buttando giù il boccone amaro e amareggiante di una realtà capovolta in cui confini personali e professionali sono diventati liquidissimi.

 

L’anormalità è diventata la norma, dicevo.

 

Di anormale trovo il pesante silenzio cittadino. La città, anzi, le città, in Italia e in tante altre parti del mondo tacciono. Non vivono e con esse neanche noi, anche se sul web ce la raccontiamo diversamente, a suon di #tuttoandràbene.

 

Di anormale e di un’indicibile tristezza trovo la città senza bambini, senza i loro spensierati, invadenti e, a volte, insostenibili, schiamazzi, dentro e fuori dai parchi.

 

Di anormale, e inverosimile, trovo le file ai supermercati, rigorosamente a uno e più metri di distanza l’uno dall’altro. Inquietante per chi come me, infanzia e preadolescenza le passò in fila di giorno, e spesso, di notte (i connazionali della mia generazione, sicuramente se lo ricordano), per acquistare, con scheda nominale a portata di mano, i pochi, rari viveri essenziali che il buio socialista ci permetteva, all’epoca, di ingurgitare.

 

Di anormale e sconcertante trovo gli scaffali vuoti, dentro i supermercati. Solo alcuni, è vero, e spero per poco tempo. Ammetto: è bastato vederli vuoti per rivivere il vuoto della vuota società socialista in cui vissi i primi quindici anni della mia vita. A nord-est di Bucarest, per citare, quasi alla lettera, il titolo di un film.

 

Di anormale trovo le pareti divisorie, trasparenti, ma che immagine strana, ammettiamolo, al supermercato e alle Poste, i due luoghi sociali che ho frequentato in queste ultime settimane. Il concetto di open plan, mi sa, ne uscirà provato da questa quarantena.

 

Di anormale trovo, e sconvolgente, le persone mascherate. Sono i visi coperti di maschere che mi fanno un’immensa impressione. Niente mi ha colpito di più dei visi coperti a metà dei pochi che si aggirano in città. Mascherine di diversi gradi di protezione e di colori diversi, e di forme diverse, confezionate in casa, acquistate in farmacia o recuperate chi sa dove. Vedere, vederci nascosti dietro una maschera, questo è davvero l’apice. Della tristezza. E lo specchio di un mondo capovolto. All’improvviso, irriconoscibile. Incredibilmente strano ed estraneo.

 

Metterci il muso fuori dalle mura domestiche, quindi, non è di grande aiuto, oggi. Visto che fuori è inverno, meglio guardarci dentro per trovare stimoli, fermento e conforto. Per trovare primavera, ecco.

 

Come vivo, da genitore single, ai tempi di Covid-19

Insieme, i miei due juniors hanno poco più di 12 anni. Lei, dieci, compiuti qualche mese fa. Lui due, all’inizio di quest’anno. Dall’autunno dell’anno scorso vivono, a settimane alterne, con me e con la loro mamma. Per la durata dell’improvvisa serrata delle scuole, abbiamo deciso di raddoppiare: due settimane con la loro mamma, due con me. Questa è la mia prima esperienza bisettimanale insieme a entrambi. Siamo, oggi, all’inizio della seconda settimana.

 

È impegnativo, sì, e non che io mi aspettassi una passeggiata in riva al mare. Le incombenze domestiche con due juniors attorno sgorgano senza tregua e senza orario. “Papà” che per me rappresenta il secondo più dolce suono – dopo “mamma” naturalmente – lo sento centinaia di volt ogni giorno. Il junior più piccolo, appena mi vede che mi allontano fisicamente o mentalmente dal suo raggio di azione, mi richiama perentoriamente all’ordine. “Papà, qua”, mi dice, ed io torno; il tempo e lo spazio personale è praticamente annullato. La junior più grande, molto più autonoma, anche lei se non si astrae con un libro o con un film trova soavemente modo di riportarmi ai doveri paterni. “Papà, come si fa?” ” Papà, come si dice?” “Papà, perché?” “Papà, ma se ci fosse…” e spazio libero alla fantasia…

 

Anche se la mia attività si svolge principalmente online, quindi, apparentemente flessibile e più gestibile, i miei due astuti juniors trovano modi sottilmente persuasivi per distrarmi, per catturare la mia attenzione, per mettere alla prova la mia concentrazione.

 

L’alternativa c’è, ma evito di adottarla. Piazzarli davanti a uno schermo è una soluzione apparentemente valida per ritagliarsi tempo e spazio per i propri impegni. Tuttavia, alla soluzione a breve termine, trovo più efficace quella a lungo termine: condividere insieme a loro l’unica vera ricchezza che possediamo, il tempo condiviso.

 

La pandemia, un’imperdibile occasione

Questo inaspettato periodo di clausura tra le mura domestiche è un’imperdibile occasione per trascorrere del tempo con le persone più care e più vicine che ci siano. E spesso anche quelle che conosciamo meno. Figli e genitori sono tra questi.

 

Teniamo a mente: non sarà il Covid-19, né le notizie allarmanti che invadono la nostra quotidianità nelle ultime settimane che scolpiranno l’anima dei nostri juniors. Né il tempo che abbiamo trascorso sui social o dietro uno schermo a farci i fatti propri. Quello che in un periodo così drammaticamente delicato scolpirà l’anima e la mente dei nostri figli – grandi e piccini – è il tempo condiviso, forzato, sì, e inaspettato. Questa sofferente clausura è un’imperdibile occasione per stare insieme, per scoprire ed esplorare in condizioni nuove e, per molti versi estreme, la relazione genitore-figli. È un’imperdibile occasione per fare delle cose insieme: parlare e giocare, fare e inventare, dibattere e argomentare.  È un’improvvisa occasione di riscatto per tutte quelle volte che ci siamo lamentati di aver voluto trascorrere più tempo insieme ai propri juniors. Desiderio puntualmente disatteso prima che il Covid-19 ci stravolgesse vita, abitudini e quotidianità.

 

Le notizie che circolano in questi giorni ci anticipano che ne avremmo ancora per un (bel) po’, perciò cari genitori, single o no, fate spazio nelle vostre già provate agende all’imperdibile appuntamento con il tempo condiviso. Anche con i vostri cari, amati, ribelli, irrequieti juniors.

 

Foto dall’archivio personale.