Aggiornato il 24 febbraio 2021.

Questo articolo è stato revisionato e aggiornato il 24 febbraio 2021.

Come mia figlia ha scoperto la retorica: appunti di vita da genitore e un invito alla scoperta dell’argomentazione, a misura di bambino.

Io penso che, se alla nascita di un bambino una madre potesse chiedere ad una fata di dotarlo del dono più utile, quel dono sarebbe la curiosità.

Eleanor Anna Roosevelt

Se sei genitore come me, sai che verso i quattro anni i bambini iniziano ad avere una buona padronanza del linguaggio. Sufficiente comunque per esprimersi con chiarezza e determinazione quando vogliono chiedere qualcosa: “Io voglio …” da riempire a piacimento con, ad esempio, gelato, quella bambola, il camion, quel gioco, quel vestito ecc.

 

Una richiesta perentoria che sollecita ai genitori tatto e pazienza per ribattere a tono.

 

Vediamo qualche esempio di vita da genitore.

 

Al parco: “Tesoro mio, è ora di andare via”. Lei, con sguardo rattristato: “Ma io voglio restare”. Tu, in visita agli amici, con tono affettuoso: “Amore, dobbiamo andare”. E lei, da copione: “No! Voglio stare ancora.” La sera: “Piccola mia è ora di andare a letto”. E lei: “Ma io voglio giocare”.

 

Che cosa si fa in questi casi? Certo, tatto e pazienza, e poi? Come convincere i juniors a tornare svelti-svelti alla base, ad andare via senza versare un fiume di lacrime e ad andare a letto a un’ora decente?

 

La parola chiave è: trattativa. E i suoi parenti: negoziazione, argomentazione, comunicazione. Senza tralasciare la manipolazione, anzi l’istruzione.

 

Mentre continuano a ripetere “Io voglio …” giocare, scivolare, saltare, indifferenti agli impegni imposti dalla vita adulta, inizi il tuo negoziato cercando di portare in campo i mgliori stratagemmi argomentativi e a casa un ragionevole risultato. Dopo qualche tira e molla discorsivo, indovina chi vince? Loro, i juniors. Ovvio. 😉

 

Quindi, punto alla controparte e via, ai … supplementari. Al quarto-quinto tentativo, raramente prima, più spesso dopo, riesci finalmente a centrare l’ambizioso obiettivo: tornare alla base, salutare serenemante gli amici, leggere una storia e metterli a dormire. Che, poi, non è male, come risultato finale.

 

La scoperta della retorica, a quattro anni

I magnifici quattro anni, mese più, mese meno, con le abilità linguisitiche ancora molto elastiche rappresentano un proficuo periodo per fornire ai nostri juniors i primi assaggi della retorica. Quella vera, che ci insegna come ottenere l’effetto desiderato con l’arte del discorso.

 

È il periodo psico-fisiologico più adatto per aiutarli a muovere i primi passi nel magico mondo delle parole. Per iniziare a svelare loro la straordinaria forza che le parole possono avere contemporaneamente su chi parla e su chi ascolta.

 

Insomma, per dirla con le parole di Aristotele: stimolarli a “scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto”.

 

Proprio a quest’età, Chiara, la mia junior più grande, iniziò il suo viaggio alla scoperta della retorica. A dire il vero, lasciai da parte il nome – retorica – che, a quattro anni, ha poca importanza. Mi interessava offrirle qualche stimolo per aiutarla a familiarizzarsi con i rudimenti dell’argomentazione.

 

Desideravo incuriosirla e incoraggiarla a ragionare con la delicatezza e la genuità dei suoi quattro anni sulle scelte fatte, sui pensieri espressi e sulle azioni compiute. E, credimi, non è per niente presto, a quattro anni.

 

Pertanto, ho capovolto i ruoli. Mi sono fatto da parte e ho lasciato che fosse lei, mia figlia, a convincermi. “Ok, tesoro, ho capito, non vuoi andare via. Perché?”

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La domanda magica “Perché?”, un pilastro per la crescita dei figli

La domanda magica – Perché? – posta non tanto per, ma con sincero interesse è un’originale forma di allenamento discorsivo. Il genitore indossa la tuta da allenatore discorsivo e guida i primissimi riscaldamenti dei suoi juniors nella splendida e altrettanto originale Palestra delle Parole.

 

Il ruolo di allenatore discorsivo si sovvrapone a quello di genitore ed è imprescindibile quando vogliamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie come, quando e perché destreggiarsi abilmente tra le inumerevoli sfumature di senso e significato che il linguaggio ci offre.

Non è la risposta che illumina, ma la domanda.

Eugène Ionesco

Perché?, quindi, è la parola magica nella magia dei quattro anni. È la domanda chiave che guida i nostri juniors in piena primavera della loro vita alla scoperta di ciò che ci rende unici: le parole. Ricordati di usarla spesso con i tuoi figli non solo quando hanno quest’età, ma anche più avanti, quando crescono.

 

Mia figlia ed io ci siamo inventati un gioco che ti consiglio di provare. Lo chiamiamo il gioco del perché. È semplice e divertente, per grandi e piccini.

 

Il gioco del perché, divertente e originale

Il gioco del perché consiste nel continuare a chiedere perché? indipendentemente dalla risposta ricevuta.

 

Ad esempio:

Andiamo a lavarci i denti.

Perché?

Perché così ci teniamo i denti bianchi e in salute.

Perché?

Perché un sorriso luccicante è segno di salute e vitalità.

Perché?

Perché significa che si ha cura di sé.

Perché?

(Tocca a te continuare …)

 

Oppure, cambiando i ruoli:

Papà, posso giocare sul tablet?

Perché?

Perché ho trovato un gioco interessante.

Perché?

Perché è divertente giocarci sul tablet.

Perché?

Perché sono stufa di fare i compiti.

Perché?

Perché ne ho fatti abbastanza per oggi.

Perché?

Perché i miei neuroni sono stanchi e hanno bisogno di riposo, cioè di s-v-a-g-o digitale. Hai capito, papà? Posso, vero, papà?

Prova a dire di no 😉

 

I bambini e lo spazio vitale dell’interazione verbale

I bambini devono parlare. E noi, i genitori del terzo millennio, dobbiamo creare lo spazio e gli stimoli adeguati per poterlo fare.

 

È in gioco uno spazio essenziale, fisico e simbolico, per il loro sviluppo armonioso: lo spazio vitale dell’interazione verbale. Lo spazio in cui poter esprimere liberamente il loro genuino, sorprendente e divertente punto di vista sulle cose, su di loro, su di noi, sulle proprie azioni e su quelle nostre.

 

È lo spazio discorsivo in cui noi, adulti spesso stanchi, impazienti ed esageratamente saccenti dovremmo parlare meno e ascoltare di più. È solo così che possiamo, se vogliamo, scoprire l’universo dei nostri figli, comprendere le loro emozioni, alimentare la loro curiosità e allontanare le loro paure.

 

È solo così, lasciandoli parlare e ascoltandoli con genuino interesse che  possiamo incoraggiarli a pensare con la propria testa e camminare con le proprie gambe.

 

La conquista dello spazio discorsivo è il primo passo per avvicinarsi all’arte del parlare con arte. Un grande passo per i piccini e le piccine che li aiutera a scoprire come, quando e perché le parole sono importanti nelle loro primissime, timide argomentazioni.

 

Poi cresceranno e le parole che sceglieranno faranno di loro ciò che saranno: adolescenti in grado di sostenere con solide argomentazioni il proprio punto di vista.

 

E poi ancora, adulti capaci di adoperare abilmente gli attrezzi della comunicazione efficace:

Cittadini consapevoli e dotati di spirito critico, in poche parole.

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Argomenti giusti, risposte a tono

Torniamo a noi.

 

Alla domanda “Perché vuoi restare?” la risposta sarà molto probabilmente secca, del tipo: “Perché voglio giocare”, “Perché voglio”, oppure “Perché così”.

 

Ribatti allora con un “Non sei stata sufficientemente convincente” o “Non mi hai ancora convinto” e vedrai: i tuoi juniors ti stupiranno con risposte a tono: “Voglio restare perché la bambola mia vuole che leggo una storia. Lo sai, papà, che leggere è cibo di anima, non si va a nanna senza mangiare”.

 

Rieccheggiano così le parole di quella volta – attorno ai tre anni – quando ti chiese “Papà, perché leggi?” E tu: “Perché leggere è il cibo dell’anima”.

 

Dagli amici, poi, ti diranno che vogliono restare perché hanno appena iniziato un gioco e devono finire quello che si inizia. Perché finire ciò che si inizia è importante, “la maestra ce l’ha detto”. Argomento – ammetiamolo – sufficientemente convincente a quattro anni per posticipare il ritorno alla base.

 

Eccoli, quindi, attorno ai quattro anni, capaci di sorprenderci con le loro argomentazioni. Incoraggiateli e stimolateli ad esprimersi e vedrete come i juniors di oggi e le nuove leve del mondo di domani sapranno come occupare lo spazio discorsivo a loro disposizione.

 

Bien sûr, ci sarà anche il rovescio della medaglia: qualche anno più tardi, in una soleggiata mattina di primavera, sarà lei o lui ad affermare: “Non sei stato abbastanza convincente” oppure “Prova a convincermi” quando direte: “Su, alziamoci, dobbiamo andare a scuola” 😉

 

Imparare a dire, insegnare a essere

Va bene così. È un ragionevole rischio che ci assumiamo quando vogliamo insegnare alle  nuove generazioni “l’arte del «dire»” che “significa già imparare a «essere»”, come ci ricorda Olivier Reboul, filosofo dell’educazione e profondo conoscitore della retorica.

 

Il punto è questo: quell’attimo in più richiesto attraverso il perentorio “Io voglio” è uno dei primissimi tentativi di raggiungere la propria felicità.

 

A quattro anni, teniamolo a mente, è ancora in atto quella profonda unione mente-corpo che fa immergere totalmente i bambini in qualsiasi attività. Sconnettersi, per loro, al contrario di quanto possiamo pensare in età adulta, non è per niente facile.

 

Far scoprire ai nostri bambini il meraviglioso universo delle parole già dai primi di anni di vita è un modo per stimolarli a crescere sereni e consapevoli delle inestimabili risorse che il linguaggio mette loro a disposizione.

 

Genitori in tuta, da allenatore discorsivo

A mano a mano che il linguaggio inizia a strutturarsi, i nostri juniors compiono i loro primi impacciati tentativi di raggiungere la felicità. Fu l’idea di Aristotele espressa a chiare lettere nella sua Retorica: “Intorno alla felicità e alle azioni che a essa conducono e a quella a essa contrarie che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere”. Aggiunse: “si devono fare le cose che procurano la felicità o une delle sue parti, o che l’accrescono invece di diminuirla, mentre non si devono fare quelle che la corrompono o ostacolano o producono il contrario.”

 

Indossiamo, allora, la tuta da allenatore discorsivo e portiamo i nostri figli e le nostre figlie nella Palestra delle Parole. Aiutiamoli a scoprire la retorica, quella genuina, che ci insegna l’arte del discorso, l’argomentazione efficace e come raggiungere la felicità.

 

Quella retorica che ci insegna ad essere citaddini consapevoli e virtuosi.

 

Da grandi, stai pur certo, i nostri juniors se lo ricorderanno.

 

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A presto,

 

Lucian Berescu

 

Foto dall’archivio personale