Aggiornato il 30 gennaio 2020

Questo articolo è stato revisionato ed aggiornato il 30 gennaio 2020.

Intorno alla felicità e alle azioni che a essa conducono e a quella a essa contrarie, che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere.

Aristotele

Tu che sei genitore come me, sai che verso l’età dei quattro anni, i bambini hanno acquisito una buona padronanza del linguaggio. Sufficiente per esprimersi con chiarezza e determinazione quando vogliono chiedere qualcosa. Non c’è genitore che non si sia sentito dire “Io voglio …” da riempire a piacimento con, ad esempio, gelato, quella bambola, quel camion ecc.

 

Hai ragione, è una di quelle frasi perentorie che richiedono molto tatto e altrettanta pazienza.

 

Vediamo qualche esempio di vita genitoriale. La sera, prima di andare a letto: “Piccola mia è ora di andare a letto”. E lei: “Ma io voglio giocare”. Al parco: “Tesoro mio, è ora di andare via”. Lei, con sguardo rattristato: “Ma io voglio restare”. Tu, in visita dagli amici, con tono affettuoso, sapendo oramai a che cosa andassi incontro: “Amore, dobbiamo andare”. E lei, da copione: “No! Voglio stare ancora.”

 

Che cosa fai in questi casi? Metti in atto le migliori strategie persuasive per raggiungere l’obiettivo prefigurato: convincere i tuoi juniors di tornare svelti-svelti alla base. Apri la trattativa. Porti i migliori argomenti mai escogitati nella tua vita da genitore. Loro tuttavia continuano a ripetere “Io voglio …” da riempire a piacimento con, ad esempio, restare, giocare, scivolare, saltare ecc. Dopo qualche tira e molla discorsivo, chi vince? Loro, ovvio. Punto alla controparte e tempo supplementare, prima di ritentare il colpo. Al quarto-quinto tentativo, raramente prima, più spesso dopo, riesci a raggiungere l’ambizioso obiettivo: salutare gli amici, tornare alla base, metterli a dormire.

 

A quattro anni, appena acquisita una discreta padronanza del linguaggio, è un buon momento per fornire ai nostri juniors un primo assaggio di che cosa significhi ottenere l’effetto desiderato con l’arte del discorso. Quello è il momento psico fisiologico per “scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto”, per dirla con le parole di Aristotele, e muovere i primi passi alla scoperta dell’efficacia delle parole.

 

È proprio a quest’età che mia figlia iniziò il suo viaggio alla scoperta della retorica. A dire il vero, lasciai da parte il nome – retorica – che, a quest’età, ha meno importanza. Mi interessava offrirle qualche stimolo per aiutarla a familiarizzarsi con i rudimenti dell’argomentazione e a sostenere con la forza e l’ingenuità degli albori della vita le sue scelte, i suoi pensieri, le sue azioni. Così, mi sono fatto da parte. I risultati con lei, come con qualsiasi bambino della sua età erano comunque scarsi, quindi ho lasciato lei, mia figlia, che persuadesse me.

 

“Ok, tesoro, non vuoi andare via. Perché?” Questa domanda magica – “Perché?” – posta con sincero interesse desiderio di ascolto è una sorta di riscaldamento prima dell’inizio di un allenamento discorsivo nella Palestra delle Parole. È una domanda chiave per l’allenatore discorsivo. È la parola magica che guida i nostri juniors verso le primissime argomentazioni. Un invito a scoprire l’importanza delle parole ben ordinate sui banchi dell’… argomentazione, appunto.

 

Credo con forza che all’età di quattro anni tutti i bambini dovrebbero conquistarsi uno spazio essenziale per il loro sviluppo armonioso. È lo spazio vitale dell’interazione verbale in cui poter esprimere il loro genuino e sorprendente punto di vista sulle cose, su di loro stessi, sulle proprie azioni. È lo spazio discorsivo in cui noi, adulti spesso stanchi, impazienti ed esageratamente saccenti dovremmo parlare meno e ascoltare di più. Se vogliamo scoprire il mondo dei nostri figli, comprendere le loro emozioni e incoraggiarli a diventare esseri umani capaci di pensare con la propria testa e camminare con le proprie gambe è questo che dovremmo fare. Parlare meno, parlare meglio. È ascoltare di più.

 

La conquista dello spazio discorsivo è il primo passo per avvicinarsi all’arte del parlare con arte. Un grande passo per i piccini e le piccine che farà loro scoprire l’importanza delle parole e la forza delle loro primissime, timide argomentazioni. Poi, cresceranno e diventeranno adolescenti in grado di sostenere argutamente il proprio punto di vista. Raggiungeranno, infine, l’età adulta capaci di trovare le parole efficaci, al momento e al posto giusto. Con la consapevolezza di essere in grado di esprimersi efficacemente. Di essere artigiani della comunicazione efficace, la regina delle competenze di questo XXI secolo. E uno dei più saporiti ingredienti della vita familiare e professionale.

 

Ma torniamo a noi. Alla domanda “Perché vuoi restare?” la risposta sarà molto probabilmente secca, del tipo: “Perché voglio giocare”, “Perché voglio”, oppure “Perché così”. Ma se ribatti con un “Non sei stata sufficientemente convincente” o “Non mi hai ancora convinto” saranno capaci, i tuoi juniors, di stupirti con qualche risposta più audace. “Voglio restare perché la bambola mia vuole che leggo una storia. Lo sai, papà, che leggere è cibo di anima, non si va a nanna senza mangiare”. Ricordandoti quella volta – attorno ai tre anni – quando ti chiese “Papà, perché leggi?” E tu: “Perché leggere è il cibo dell’anima”. Oppure, dagli amici, ti diranno che vogliono restare perché hanno appena iniziato un gioco e devono finire quello che si inizia. Eh, sì, finire ciò che si inizia è importante, “la maestra ce l’ha detto”. Argomento sufficientemente convincente dato il contesto e l’età.

 

Già ai quattro anni, eccoli, quindi, capaci di stupirci con solide argomentazioni. Vedrete che se glielo consentite, loro, i nostri juniors, le nuove leve del Mondo di domani, si prenderanno volentieri il loro spazio discorsivo accettando le sfide e gli stimoli linguistici forniti dai genitori che decidono di affiancare al proprio ruolo quello, importantissimo, di allenatore discorsivo.

 

C’è, bien sûr, anche il rovescio della medaglia: qualche anno più tardi, in una soleggiata mattina di primavera, sarà lei o lui ad affermare: “Non sei stato abbastanza convincente” oppure “Prova a convincermi” quando direte loro: “Su, alziamoci, dobbiamo andare a scuola” 😉

 

È un “rischio” da assumere, indubbiamente, se vogliamo insegnare loro “l’arte del «dire»” che “significa già imparare a «essere»”, come ci ricorda Olivier Reboul, filosofo dell’educazione e profondo conoscitore della retorica.

 

Il punto è questo: quell’attimo in più richiesto attraverso il perentorio “Io voglio” è la dimostrazione di un primitivo tentativo di raggiungere la propria felicità. A quattro anni è ancora in atto quella profonda unione mente-corpo che li fa immergere totalmente in qualsiasi attività. Sconnettersi, per loro, al contrario di quanto possiamo pensare in età adulta, non è per niente facile.

 

Questa è la mia personale esperienza che ho voluto condividere con i miei lettori perché credo che offra ottimi spunti sul viaggio che ogni uno di noi dovrebbe fare nel meraviglioso universo delle parole. Non ho alcun dubbio che già dai quattro anni, quando il linguaggio inizia a strutturarsi, possiamo sostenere i nostri juniors nei loro primissimi tentativi di raggiungere la felicità. Come disse Aristotele quasi tre millenni addietro, nella sua Retorica: “Intorno alla felicità e alle azioni che a essa conducono e a quella a essa contrarie che ruotano tutti i tentativi di persuadere e dissuadere”. Aggiungendo: “si devono fare le cose che procurano la felicità o une delle sue parti, o che l’accrescono invece di diminuirla, mentre non si devono fare quelle che la corrompono o ostacolano o producono il contrario.”

 

La felicità, lo stesso Aristotele ci insegna, è “una condotta positiva di vita unita alla virtù”. Come dargli torto?

 

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Foto dall’archivio personale