Aggiornato il 29 aprile 2021.

Questo articolo è stato revisionato e aggiornato il 29 aprile 2021.

Come adottare un buon comportamento discorsivo: un interrogativo stimolante, che fa riflettere.

 

Andiamo a trovare una risposta su misura.

Uno è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla.

Sigmund Freud

Le parole che usiamo nelle interazioni quotidiane a casa, a scuola, in azienda e, più in generale, nella vita, sono finestre spalancate verso il nostro mondo.

 

Quando ci esprimiamo mettiamo in atto un comportamento discorsivo che riflette il rapporto con noi stessi, con l’interlocutore e con l’ambiente circostante.

 

Attraverso le parole che pronunciamo riveliamo la nostra identità, il nostro modo di interpretare la realtà circostante, gran parte della nostra storia personale.

 

Come tenere, quindi, un buon comportamento discorsivo?

 

Evitando come la peste le sette frasi inquinanti dell’interazione quotidiana.

 

Tenere un buon comportamento discorsivo: sette frasi da evitare

Ecco sette espressioni ricorrenti nelle interazioni quotidiane che faremo meglio eliminare dal nostro vocabolario:

 

1. “Oh, ma non dovevi …”

Tu hai dato un senso al tuo tempo dedicandolo a un’attività che credevi potesse essere apprezzata dal tuo interlocutore. Hai colto un’occasione per esprimere la tua gratitudine.

 

Stai mandando un messaggio implicito che messo in parole suonerebbe così: mi interessi e te lo faccio vedere donandoti parte del mio tempo. E chi dà valore al proprio tempo, ci rimane male a sentirsi dire: Oh, ma non dovevi … (inserire attività a piacimento) o variazioni tipo:

  • ma cos’hai fatto …
  • non dovevi …
  • no, ma davvero non serviva, chissà quanto ti sarà costato …

Se questa è diventata un’abitudine discorsiva, è meglio che te ne sbarazzi.

 

Svalutare l’investimento del tempo dedicato per fare un bel gesto è una di quelle mancate occasioni per fare una buona impressione.

 

A chi ha deciso di condividere con te la più preziosa risorsa che possiede – il tempo, per l’appunto – puoi rispondere solo in un modo: con il naturale, essenziale e impagabile Grazie.

 

Nulla di più, nulla di meno.

 

2. “Ma anche tu …”

Questo modo di dire è, per così dire, stupendamente privo di senso e di contenuto. Lo incontriamo soprattutto nelle situazioni conflittuali, quando sulla scena della comunicazione sale … la tensione.

 

Di solito funziona così: di fronte a un messaggio innocuo, un’osservazione bonaria o una critica palesemente costruttiva, l’interlocutore ribatte: Ma anche tu … (inserire verbo a piacere).

 

Rispecchia, in ordine: una certa impulsività discorsiva, un’autostima ballerina e una limitata capacità di assumersi le proprie responsabilità. Con quest’infelice battuta si rischia di chiudere, sbattendole, le porte al dialogo.

 

A chi tende a ribattere così a un’osservazione costruttiva, consiglio di fare un respiro profondo, contare fino a cinque e poi sostituire “Ma anche tu …”, con una domanda aperta, tipo: perché dici questo? oppure che cosa ti spinge ad affermare ciò?

 

Invece, a chi eventualmente riceve la battuta “Ma anche tu …”, suggerisco di lasciar scivolare quando il tono con cui è pronunciata è accusatorio.

 

Ignorare è un’efficace strategia discorsiva che può salvare una conversazione da infelici sbandate comunicative.

 

Proviamo insieme:

Ho speso 500 euro per il nuovo computer. Dai risparmi per la nuova auto.

Oh, amore, e adesso come facciamo? Dobbiamo posticiparne l’acquisto di altri tre mesi.

Ma anche tu, sei mesi fa, ne hai spesi 400 per il tuo nuovo smartphone.

Invece che:

Eh, no, non è che ora dobbiamo a fare la gara: chi ne spende di più …

meglio

… (respiro profondo) e domanda: Perché dici questo, adesso?

Questa è apertura verso un dialogo che può portare alla risoluzione creativa del problema in questione.

 

3. “Perché …”

Il tempo, dicevo, è l’impagabile bene che possediamo. Una ricchezza inestimabile che non dobbiamo permetterci di sprecare nemmeno nelle interazioni quotidiane.

 

Evita, quindi, di ascoltare o fornire delle giustificazioni non richieste. Assorbono tempo ed energie. Discorsive, emotive, comportamentali. Pensa due volte la prossima volta che stai per fornire una motivazione non richiesta.

 

O morditi la lingua. Al tuo interlocutore potrebbe non interessare il perché tu hai voluto fare, pensare, dire una qualsiasi cosa. Sii concreto: racconta i fatti, rispondi alle domande e fornisci le motivazioni solo su richiesta.

 

4. “Sempre …”

Insieme a tutti è tra le più utilizzate generalizzazioni, espressione di un pensiero calderone in cui tutti fanno, dicono, pensano sempre così. Falso nascondiglio per non esprimere con coraggio e chiarezza un proprio punto di vista. Anche sbagliato.

 

Meglio, decisamente, concentrarsi sull’essenziale, e l’essenziale sei tu e nessun’altro. Lasciamo che tutti facciano sempre quel che vogliono. Fermiamoci all’io, al massimo al noi.

 

Questo pensiero calderone, in gergo retorico si chiama: fallacia della generalizzazione indebita (ne parlo in questo articolo).

 

5. “Se vuoi …”

Che ne pensi di andare al cinema stasera?

Se vuoi …

Che dici di trascorrere le prossime vacanze a … (inserire località caraibica a vostro piacimento)

Se vuoi …

Ti va di fare una passeggiata?

Se vuoi …

L’hai già sentita, questa risposta? Chi la pronuncia crede di fare un piacere all’interlocutore. Crede davvero di mostrarsi disponibile e accomodante.

 

A volte, va bene. Con parsimonia, però. Se ripetuta, questa battuta rivela l’incapacità di esprimere la propria volontà e una deplorevole mancanza di rispetto per la propria persona.

 

Se ho deciso di chiedertelo, voglio sentire tutt’altro che una risposta accondiscendente. Se non ti va di fare qualcosa, dillo: un No sincero è meglio di un Se vuoi.

 

6. “Non ce la faccio …”

Sono dell’idea che siamo responsabili di ciò che facciamo e di come lo facciamo.

 

Quando sento non ce la faccio mi prude l’orecchio. E non esito di ribattere con un provocatorio Hai provato?

 

Indovina un po’: nella stragrande maggioranza dei casi la risposta alla mia domanda è

  • no, ma …
  • no, è che …
  • no, vedi, è perché …
  • volevo, ma …
  • no, pensavo che …
  • in effetti, no, immaginavo …
  • no, ma che, poi gli altri … 

Ecco, la prossima volta che stai per dire queste quattro … indicibili parole “Non ce la faccio …”, ricordati di morderti la lingua e rimboccarti le maniche. Invece che dubitare delle proprie abilità e conoscenze. Invece che sottovalutare il tuo valore.

 

Alternative: ci provo …, ho provato …,  mi sono impegnato a …, adesso le cose devono andare com dico / voglio io …

 

7. “Aspetta …”

E i cugini altrettanto inquinanti dopo e vediamo. A meno che tu non voglia deliberatamente prendere tempo per meglio riflettere su una decisione, è meglio alzarti dalla sedia e fare quello che ti viene richiesto.

 

È una forma elementare di rispetto nei propri confronti e nei confronti del tuo interlocutore.

 

Se hai intenzione di rispondere positivamente a una richiesta, sii reattivo. Se no, fallo sapere al tuo interlocutore, con altrettanta reattività. I tre cuginetti aspetta, dopo e vediamo, usali con mooolta parsimonia nelle interazioni quotidiane.

 

Adesso sai che cosa inquina la tua comunicazione quotidiana. Non ti resta che bonificare il tuo vocabolario da quelle espressioni che tolgono valore a ciò che dici, a ciò che sei, a ciò che puoi essere.

 

E finalmente adottare un comportamento responsabile, discorsivamente parlando.

 

Solo così puoi iniziare a comunicare meglio ed essere più efficace. A casa, a scuola, in azienda. Nella vita.

 

Ricordati: le parole sono davvero importanti.

 

Ci definiscono. Ci plasmano. Ci condizionano.

 

A presto,

 

Lucian

 

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Foto di Pierre Metivier